Riflessioni
Le connessioni stilistiche, la focalizzazione dei rapporti con altri autori, la ricognizione della letteratura critica, occupano troppo di frequente più spazio di
quanto non ne sia dedicato all'individuazione delle singole personalità e dei loro spunti originali.
In realtà ciò che di grave sta accadendo è una diffusa difficoltà ad avere esperienza dell'oggetto della nostra osservazione.
Identifichiamo, classifichiamo, ma raramente entriamo in contatto con la cosa in sè, il rapporto si esaurisce alla periferia, un sistema consolidato di
convenzioni che noi stessi ci proiettiamo avanti e dal quale restiamo vincolati.
La pittura che, in Italia, dalla fine degli anni sessanta a poco oltre la metà del decennio successivo venne definita come pittura analitica comprende in
realtà artisti con lavori sostanzialmente differenti. Solo per alcuni è possibile un accostamento significativo, tutto il resto è frutto di una
costruzione teorica, costruzione a cui ho dato anch'io un contributo. In una nutrita serie di mostre sono stati accomunati artisti distanti come Griffa e Olivieri,
Morales e Gastini, ma anche Verna e Cotani o Aricò; e Pinelli hanno poche caratteristiche in comune. E vorrei inoltre fare notare come spesso non si
tratta solo di scarsa attinenza, ma di effettivo contrasto. Tra gli artisti appena citati non vi è dubbio che Griffa e Olivieri perseguono finalità di
lavoro inconciliabili. La costruzione delle loro opere è contrastante e totalmente differente è la sensazione che se ne ricava guardandole.
Le idee e le emozioni che suscitano le linee di Griffa, così elementari e così complesse, nel gesto che le deposita sulla tela libera e grezza, non
trovano nessuna corrispondenza nell'accadere incessante e profondo delle stratificazioni che si addensano sul le tele di Olivieri dandogli corpo e presenza.
Certo,applicando categorie astratte, possiamo fare supporre e imporre ordini e relazioni. Io stesso, sebbene abbia sempre evitato di applicare direttamente ed
estensivamente la definizione di "analitica" a questa pittura, perchè idonea so lo a un ristrettissimo gruppo di artisti a livello internazionale, ho reputato
fosse più rispondente alle diverse declinazioni pittoriche utilizzare il termine "riflessiva". La pittura riflessiva, sulla quale ho molto scritto, è però
nuovamente un concetto, una categoria, una figura prodotta dal pensiero che, sebbene possa riferirsi appropriata mente ai lavori dei vari artisti, non dice nulla della
loro specifica esperienza.
Il problema che si pone è quello di liberare le opere dalle gabbie interpretative per restituirle all'interpretazione. Questo significa farsi disponibili a una
esperienza aperta che non si vuole falsamente ingenua, ma nemmeno prevarica mente rispetto all'oggetto percepito. Scopriremo così, nel caso della pittura
che qui ci interessa, la differenza che ogni artista porta nella propria opera. Una differenza doppiamente importante, perchè il fare e continuare a fare pittura,
significa per loro credere alla differenza come valore.
Il valore della differenza sorregge questa pittura e ancora di più è a fondamento del lavoro
degli artisti più giovani. In questi, la scelta di por si di fronte a una tela, piuttosto che sperimentare nuove modalità, tecniche o tecnologiche del fare
arte, si basa in primo luogo nel credere nella possibilità e nel significato della differenza. Credere in quello scarto, in quello slittamento del senso che interviene
nell'ostinazione della pittura, nel suo riproporsi, nel suo farsi testimone di una pluralità di significati che generano ulteriori significati. Anche per questo la nostra
lettura, senza rinunciare a essere critica, deve interrogare l'opera più che definirla, percorrerne maggiormente le oscurità e accoglierne le incertezze.
Sopra tutto salvare e indicare all'attenzione le aperture, i varchi originati dall'opera e la distanza che separa il nostro discorso dalla sua costituzione oggettuale,
percepibile dai sensi. E proprio ai sensi tornare per un difficile, ma fondamentale ascolto.
E proprio degli storici e dei critici indicare i percorsi, cogliere le analogie, individuare quegli elementi che permettono di stabilire uno svolgimento coerente
o comunque riconducibile a una medesima storia. Del resto costruire storie e microstorie è la loro professione, la mia professione.
Un lavoro e un'abitudine che, troppo spesso, tende a imporre ordini precostituiti, ordini che, quando non sono deformanti, sono soffocanti per le opere, per gli
artisti, ma soprattutto responsabili della perdita di quelli che potevano essere i reali significati, gli autentici messaggi dell'esperienza esaminata.