Testi critici
avanti indietro



Vittorio Fagone

La pittura come la scrittura. Ricerche astratte in Italia dopo il 1970

Il rinnovato interesse per le vicende della ricerca artistica in Italia negli anni settanta punta oggi a mettere in risalto le espansioni, al di là del campo convenzionale della pittura, di radicali postulazioni concettuali, inediti attraversa menti mediali, produttivi incontri tra espressioni performative dei linguaggi diretti del corpo e arti visuali.

L'uscita dal quadro "sembra" a quel punto un'esigenza inderogabile, per riaffermare senso creativo del lavoro nel campo dell'immagine e presenza sociale dell'artista, non confinato in una pratica disciplinare che potè sembrare di caduta o addirittura ormai inefficace sul piano comunicativo.

Gli anni settanta sono stati anche, e questa rassegna pu• dimostrarlo nella continuità di una produzione fortemente determinata e innovati va, il periodo in cui si afferma una nuova gene razione di pittori - raggruppati sotto le indicazioni di "nuova pittura", "fare pittura" o "pittura pittura" - sensibili certo al rigore del nuovo clima concettuale, analitico e minimalista, della ricerca visuale, ma anche impegnati a una dialettica riflessione delle ragioni dell'arte astratta. Le connessioni delle ricerche italiane con l'area internazionale del New Lyrism americano, con Peinture Surface francese e con la tedesca Geplante Malerei, risultano evidenti e ben documentate.

In un frangente storico come quello che noi ora viviamo, di generale revisione (o regressione) culturale, mentre gli appelli di Rudolph Arneim "per la salvezza dell'arte" - e dell'arte astratta in particolare, come fondamentale paradigma della sua consapevolezza moderna sembrano venir contestati dagli orientamenti del le grandi rassegne espositive internazionali, riconsiderare la continuit… e i mutamenti di quest'area fondante dell'espressione visuale del nostro secolo, può risultare operazione propositi va di attivo segno critico.

Ad apertura degli anni settanta, nell'estate del 1970, presentando sotto il titolo "Pittura Settanta" una mostra di artisti lombardi nella Casa del Mantegna a Mantova (mostra che successivamente si sarebbe precisata nella più nota esposizione "Fare Pittura" di Villa Sturm a Bassano del Grappa) mi era sembrato opportuno stabilire il contesto d'ipotesi e di riferimenti nel quale la nuova tendenza andava collocata. Ricordando in epigrafe una cantilena del celebre "sogno della stazione ovest" di Sigmund Freud "Rosen, Tulpen, Nelken / Alle Blumen Welken" (Rose, tulipani, garofani / Tutti i fiori appassisco no), così potevo delineare obiettivi e specificità della nuova area di ricerca. Il testo, mai più ripubblicato, mi pare qui possa utilmente essere riproposto con il lavoro attuale di alcuni pittori che di quella stagione furono, e restano, inter preti significativi a documento di una svolta.

Agli inizi degli anni settanta: leggere, interpretare la proliferazione degli oggetti estetici, sovrapporre gesto e gioco, o parafrasare un testimone non reazionario (Herbert Read) e dire, senza reticenze "nove decimi dell'arte che ci vien chiesto di accettare oggi è moderna solo nel senso che ` alla moda" è della massima banalità e in capacità E ancora possibile, ha significato, pro porre, dimostrare un campo di ricerca dove la pittura non sia nè genere nè superficie dipinta ma luogo di attivazione di immagini, risultato di un fare, il fare stesso, la sua strutturante determinazione?

Non ci può essere comprensione della realtà artistica contemporanea se non si ripercorrono i momenti salienti degli ultimi vent'anni: la contraddittoria ma vitale informale e la sua precoce obsolescenza; il congelamento dell'immagine nella ideologizzazione pop degli anni sessanta; la nuova - anche se non dichiarata - formalizzazione optical. Momenti in successione, compenetranti più che opposti, che non coprono certo interamente lo sviluppo delle più recenti esperienze ma che ne condizionano in ogni caso orientamento e riferibilità. Il corto respiro dell'arte povera è ancora in quest'asse; l'azione vitalistica si è prolungata nel gioco sociale; la dimensionalità annullata del piano del quadro ha invaso l'ambiente.

Di tutte queste manifestazioni va sottolineato come carattere costante e comune, quel porsi, prima d'ogni cosa, contro. Contro lo stesso fare a favore dell'agire ottenendo definizioni di risultato dalla violenta sottrazione di elementi costitutivi. L'abbandono del campo del quadro per una più diretta e consistente evidenza ha corri sposto a un progressivo deperimento della capacità di riverberazione e di attivazione dell'oggetto-immagine rispetto a quanto la virtualità fisica del quadro aveva già conquistato. Al meno da quando Hans Hofmann si opponeva, e validamente, a una concezione dello spazio pittorico come "spazio sterile". Perciò ancora, la virtualità del campo del quadro come qualsiasi altro campo, non in posizione di privilegio, ma anche senza pregiudiziali dichiarazioni di morte presunta. Ricordandosi di un dato fondamentale: l'immagine visuale è la sola, oggetto di una sensazione, che può essere irreale e comunicante.

Conviene allargare la distanza tra fisicità e percezione, tornare a isolare costanti (luce, dinamismo, atteggiamento) o criteri di coerenza rivelatori (saturazione, omogeneit…, ritmo, armonia)? O piuttosto non cercare l'attiva espansione di un campo che ha raccolto le tensioni di un articolato contesto, vivo in quanto percorso? O è quest'attiva espansione dell'immagine il tempo stesso che la misura, il punto di rottura del suo limite fisico, l'appello alla realtà inseparabile di uno spazio virtuale, uno spazio che implica attenzione, lettura, ma che è affermazione di una presenza, punto ancora di determinazione, di costituzione immaginativa?

C'è una linea che corre nell'arte degli ultimi sessant'anni in questa direzione e l'esplosione dell'informale ne ha forse accorciato gli intervalli di riflessiva progressione. Non credo tuttavia che l'informale abbia esaurito le tensioni di un'area di ricerca dentro la quale trovano collocazione, vitalità e prosecuzione le ricerche neoplastiche e costruttiviste, astrazione lirica ed espressionismo astratto. Quest'area resta la meno dialettale e la più arrischiata da esplorare. Per chi sente ancora vitale il segno-linguaggio della pittura (non degli oggetti dipinti o rappresentati) come di un tipico strumento di espressione umana, la pittura come la scrittura conserva, inarrestabili, durata e densità.







Immagine di Argonavis Immagine di I.net

The high quality access to the Internet...
...per la finanza e per le imprese




(c) Copyright 1995 Argonavis Srl - Tutti i diritti riservati - All rights reserved.